Amnesty International chiede l'accesso universale all'interruzione di gravidanza sicura, ai servizi e alle informazioni ad essa correlati, nonché la sua completa depenalizzazione.
Domande e risposte sul diritto all'aborto
L'interruzione di gravidanza è un diritto di ogni persona che può rimanere incinta.
Anziché considerare l'accesso all'interruzione di gravidanza solo dal punto di vista della salute o come una questione che riguarda solo determinate persone, riconosciamo che l'accesso sicuro all'interruzione di gravidanza è essenziale per la realizzazione dell'intera gamma dei diritti umani e per il raggiungimento della giustizia sociale, riproduttiva, economica e di genere.
Amnesty International continua a impegnarsi per la completa depenalizzazione dell'aborto. Chiediamo l'accesso universale all'aborto sicuro per tutte le persone che ne hanno bisogno.
Chiediamo ai governi di depenalizzare completamente l'aborto e di garantire l'accesso universale all'aborto sicuro a tutte le persone che ne hanno bisogno. Ciò significa non punire più l'aborto e non punire più le persone che ricorrono all'aborto, lo praticano o lo assistono.
L'interruzione di gravidanza dovrebbe essere trattata come qualsiasi altro servizio medico. Gli aborti e le relative cure post-operatorie devono quindi essere accessibili, economici, di buona qualità e forniti senza discriminazioni. Inoltre, gli aborti dovrebbero essere praticati solo previo consenso informato e mai sotto minaccia, violenza o costrizione.
I governi devono abrogare le leggi che negano alle persone l'autodeterminazione riguardo al proprio corpo, ad esempio attraverso la necessità del consenso dei genitori o del coniuge. Dovrebbero garantire che tutte le persone abbiano accesso a informazioni accurate e basate su dati scientifici in materia di salute sessuale e riproduttiva e dei diritti ad essa connessi.
Gli Stati dovrebbero abrogare le leggi discriminatorie che impediscono, tra l'altro, alle persone con disabilità, adolescenti e transgender di accedere a un aborto sicuro.
I governi devono affrontare le questioni sociali ed economiche che possono influenzare la decisione delle persone di portare avanti una gravidanza. Le persone hanno bisogno di un ambiente sicuro e dignitoso per diventare genitori. Un ambiente di questo tipo dipende da fattori quali l'accesso a un'assistenza sanitaria di alta qualità, all'alloggio, all'istruzione e all'occupazione. Se questi diritti non sono garantiti, alle persone viene negato il diritto di decidere del proprio corpo. Questa consapevolezza è alla base delle rivendicazioni dei gruppi che si oppongono alla discriminazione e all'oppressione intersezionali, tra cui il movimento per la giustizia riproduttiva negli Stati Uniti, guidato dalle donne nere e di colore.
Secondo gli standard internazionali in materia di diritti umani, ogni persona, fin dalla nascita, ha diritto alla vita, alla privacy, alla salute, alla parità di trattamento e alla non discriminazione, alla pari protezione della legge, nonché al diritto di essere libera da violenza, discriminazione, tortura o altri maltrattamenti.
Amnesty International considera l'accesso a un aborto sicuro un requisito fondamentale per garantire la tutela di tutti questi diritti.
I diritti umani sono universali, indivisibili e interconnessi. Ciò significa che i diritti sessuali e riproduttivi, compreso il diritto all'interruzione di gravidanza, sono fondamentali per la piena realizzazione di tutti gli altri diritti umani.
Le donne e le ragazze cisgender non sono le uniche persone che hanno bisogno di accedere a un aborto sicuro. Anche le persone intersessuali, gli uomini e i ragazzi transgender e le persone con un'identità di genere diversa o nessuna identità di genere possono rimanere incinte. Queste persone spesso devono affrontare discriminazioni multiple o intersezionali nell'accesso ai servizi medico-sanitari.
No. In realtà, nessun organismo internazionale o regionale per i diritti umani ha mai stabilito che l'interruzione di gravidanza sia incompatibile con i diritti umani, compreso il diritto alla vita.
Al contrario, il Comitato delle Nazioni Unite per i diritti umani ha ripetutamente sottolineato il pericolo per la vita delle donne e delle ragazze derivante dalle restrizioni che le costringono a ricorrere ad aborti non sicuri. Garantire l'accesso ad aborti sicuri tutela il diritto alla vita.
Amnesty International non prende posizione su quando inizi la vita umana: si tratta di una questione morale ed etica che ogni persona deve decidere per sé.
Amnesty International esorta i governi a garantire che l'interruzione di gravidanza sicura sia possibile il più presto possibile e il più tardi possibile. Gli Stati possono regolamentare l'accesso all'interruzione di gravidanza e fissare anche dei termini entro i quali è possibile ricorrere all'aborto. Tuttavia, qualsiasi regolamentazione e limitazione deve rispettare i diritti umani, al fine di escludere discriminazioni e violazioni dei diritti umani.
Va inoltre notato che gli aborti in fasi avanzate della gravidanza sono relativamente rari. In Inghilterra e Galles, ad esempio, solo l'8% degli aborti viene praticato dopo la dodicesima settimana di gravidanza e solo lo 0,1% degli aborti viene praticato durante o dopo la ventiquattresima settimana di gravidanza.
Tuttavia, ci saranno sempre casi in cui le persone incinte avranno bisogno di accedere all'aborto in una fase più avanzata della gravidanza, in particolare se la loro salute o la loro vita sono in pericolo.
Ci sono molte ragioni per cui le persone hanno bisogno di un aborto in una fase avanzata della gravidanza. Tra queste ragioni vi è anche la disuguaglianza strutturale che impedisce loro di accedere all'assistenza sanitaria in una fase precedente della gravidanza.
Chi desidera abortire in una fase avanzata della gravidanza si trova spesso in una situazione molto difficile. Queste persone hanno bisogno di un'assistenza sanitaria adeguata e di un sostegno competente, non di essere giudicate. I governi devono garantire che alle persone in situazioni di vita difficili non sia negato l'accesso a un aborto sicuro.
Amnesty International si oppone alla discriminazione basata sul sesso e agli stereotipi di genere. In alcune società, questi si manifestano nella preferenza per la nascita di un figlio maschio e possono portare ad aborti selettivi in base al sesso.
La limitazione dell'accesso a un aborto sicuro non è però una risposta alla discriminazione strutturale. Amnesty International continua a impegnarsi per la completa depenalizzazione dell'interruzione di gravidanza, indipendentemente dai motivi. Chiediamo agli Stati di adottare misure urgenti per porre fine alla discriminazione di genere e alla negazione dei diritti economici e sociali che possono portare all'aborto selettivo in base al sesso.
Il Comitato delle Nazioni Unite per i diritti delle persone con disabilità sostiene il principio secondo cui la decisione di portare avanti una gravidanza dopo la diagnosi di una menomazione fetale dovrebbe spettare alla persona incinta.
I governi possono rafforzare al meglio i diritti delle persone con disabilità e combattere in modo più efficace la discriminazione nei loro confronti adottando leggi e misure che sostengano la loro autodeterminazione e i loro diritti umani e garantiscano loro la possibilità di partecipare alla vita sociale su un piano di parità.
No. Chiediamo ai governi di creare un ambiente in cui tutte le persone che desiderano abortire possano accedervi in modo sicuro, senza discriminazioni, violenze o coercizioni e senza essere stigmatizzate.
Le ragioni per cui le persone decidono di interrompere la gravidanza sono complesse e molto personali, e la questione richiede molta sensibilità.
Limitare l'accesso all'aborto non significa che non ci saranno più aborti. Significa solo costringere le persone a ricorrere ad aborti non sicuri, mettendo a rischio la loro vita e la loro salute.
No. Chiediamo ai governi di creare un ambiente in cui tutte le persone che desiderano abortire possano accedervi in modo sicuro, senza discriminazioni, violenze o coercizioni e senza essere stigmatizzate.
Le ragioni per cui le persone decidono di interrompere la gravidanza sono complesse e molto personali, e la questione richiede molta sensibilità.
Limitare l'accesso all'aborto non significa che non ci saranno più aborti. Significa solo costringere le persone a ricorrere ad aborti non sicuri, mettendo a rischio la loro vita e la loro salute.
Secondo il diritto internazionale, gli Stati non sono obbligati ad accettare il rifiuto di prestare assistenza medica per motivi di coscienza o convinzioni religiose come un diritto umano. Gli esperti delle Nazioni Unite sottolineano che gli Stati che offrono questa possibilità devono garantire che tali rifiuti non compromettano l'accesso delle donne incinte alle strutture che praticano aborti sicuri. Questo significa che il personale medico che non vuole praticare aborti deve almeno fornire assistenza, ad esempio fornendo informazioni corrette e indirizzando tempestivamente le donne incinte a un'altra struttura che pratica aborti.
Indipendentemente da convinzioni personali o da dubbi, il personale medico deve sempre fornire assistenza sanitaria quando il trattamento è necessario per salvare la vita di una persona incinta o per evitare danni permanenti. Ciò vale anche quando il trattamento post-aborto è vitale o non è possibile il trasferimento ad un'altra struttura.
Il Comitato delle Nazioni Unite per i diritti economici, sociali e culturali ha inoltre dichiarato che gli Stati devono garantire che vi sia sempre un numero sufficiente di strutture mediche pubbliche e private a distanza accessibile, disposte e in grado di fornire tali servizi a tutti coloro che ne hanno bisogno.