Rom e sinti oppure solo popolo rom sono i termini corretti per indicare l’insieme unitario della comunità che è comunemente etichettata come “zingari” o “nomadi”. Le formule rom e sinti o popolo rom, scelte come omnicomprensive, sottintendono comunque una galassia di gruppi che sono una sorta di mondo di mondi, costituito da almeno cinque comunità principali: rom, sinti, manouche, kalé, romanichals (in Svizzera è presente anche la comunità jenisch, ndr).
La storia tra parole corrette e scorrette
Queste comunità si riconoscono come un unico popolo, perché hanno tutte la stessa antica origine: indicativamente nell’anno 1000 questo gruppo unitario (probabilmente già considerato come una casta d’inferiori) fu cacciato dalle terre del nord dell’India e affrontò la diaspora. I rom propriamente detti (cioè coloro che si autonominano come rom) sono quel gruppo che si stabilì in particolare nel territorio dell’Europa orientale, si definirono sinti coloro che si stabilirono nell’Europa del nord, manouches è il nome del gruppo che si stabilizzò nelle terre francofone, i kalé nella penisola iberica, i romanichals nella zona delle isole britanniche.
La teoria di una comune provenienza è avvalorata dallo studio della loro lingua comunitaria, il romanés, che rivela un ancoraggio al sanscrito, anche se i lemmi originari sono stati influenzati ed erosi dagli idiomi delle zone in cui i differenti gruppi si sono stabilizzati nel tempo.
Chi li chiamava “zingari”…. e perché non continuare
La parola “zingari” non esiste nel romanés; è una parola coniata da chi osservava queste popolazioni volendone costruire il senso del distacco e del disprezzo. La storia riporta differenti origini della parola “zingari”, tra queste il rimando alla setta eretica (del Cinquecento) degli athìnganoi (intoccabili), termine poi utilizzato nel XII secolo per identificare le popolazioni provenienti dall’Asia Minore all’interno dell’Impero bizantino. Le leggende collettive rimandavano sugli “zingari” la responsabilità, in quanto valenti fabbri, di aver fabbricato i chiodi per la crocifissione di Gesù di Nazareth e per questo sarebbero stati condannati alla peregrinazione continua come espiazione del peccato.
L’elaborazione dell’immagine degli “zingari” come categoria razziale ha avuto un peso decisivo nella costruzione degli stereotipi, giunti fino al presente. Nel Novecento, l’antropologia criminale di Cesare Lombroso ha rappresentato la base sulla quale gli studiosi nazisti e fascisti hanno successivamente elaborato il concetto d’inferiorità a livello di razza. Gli studi dei nazisti, svolti in particolare su bambine e bambini sinti e rom, definivano la “questione zingari” come caratterizzata da asocialità e istinto al nomadismo, entrambe considerate caratteristiche ereditarie. La successiva analisi razziale dell’intera popolazione rom e sinta del Terzo Reich ha causato la persecuzione, la deportazione e il definitivo sterminio nei campi di concentramento, in particolare ad Auschwitz Birkenau; qui erano registrati come categoria “zingari” (le vittime furono almeno mezzo milione, circa l’80 per cento di sinti e rom presenti sui territori del Terzo Reich). Utilizzare oggi la parola “zingaro” significa scegliere un termine scorretto e che è lo stesso che era utilizzato da nazisti e fascisti.
Le parole ripulite. Da inferiorità per razza a inferiorità per cultura.
Perché la parola “zingaro” continua a essere presente e utilizzata frequentemente, nonostante la nostra epoca sia quella del post-Auschwitz? Il motivo della sua permanenza rivela la mancata decostruzione degli stereotipi: gli studiosi nazisti che si erano dedicati alla persecuzione su base razzista di sinti e rom non furono mai processati ed i loro lavori tornarono in auge, ripuliti nei loro vocaboli di riferimento. Ciò che Robert Ritter e Eva Justin (i due specialisti del Terzo Reich che avevano mandato sinti e rom ai lager) avevano definito come inferiorità razziale degli “zingari” (cioè l’asocialità e l’istinto al nomadismo) negli anni Sessanta è stato riproposto da Hermann Arnold, esperto “ziganologo” a livello europeo, con un nuovo riferimento all’inferiorità culturale degli “zingari”. Abbandonato lo stigma della razza, non più accettato nel secondo dopoguerra, la medesima immagine di gruppo monolitico con caratteristiche negative era ricostruita facendo riferimento ad una cultura immobile e immutabile, da “curare” con la sterilizzazione coatta.
Alla base di questa nuova descrizione faceva la sua comparsa il termine “nomade” come espressione socialmente più accettabile che sottintendeva l’obiettivo dell’inclusione attraverso politiche di Stato.
Né nomadi, né figli del vento
A partire dalla metà degli anni Sessanta, cominciò ad essere utilizzato con frequenza il termine “nomadi” al posto di “zingari”. La permanenza degli stereotipi aveva diffuso l’idea che quell’istinto al nomadismo cui si erano riferiti i nazisti e i fascisti fosse un elemento reale da legare alla cultura, ma rom e sinti non erano e non sono nomadi.
Queste due comunità, infatti, si sono mosse per due elementi che è fondamentale comprendere: per le persecuzioni che li costringevano ad allontanarsi, oppure perché dediti a lavori itineranti. Entrambe queste due motivazioni non hanno niente a che vedere con l’idea folkloristica di un popolo che non vuole mettere radici. L’idea del nomadismo degli “zingari” che è stata diffusa come elemento di un popolo, ha invece contribuito a costruire l’immagine dei cosiddetti “figli del vento”, cioè di persone in preda alle passioni, incapaci di razionalità, non legati al territorio e al passato. È un tipo d’immagine divulgata anche attraverso romanzi, poesie, opere musicali e ha semplicemente contribuito a far percepire le persone appartenenti a queste comunità come soggetti eterei, lontani dall’idea di cittadinanza e slegati dalla società. Sono anche i pregiudizi “positivi” a restare pregiudizi e a falsificare l’immagine di questo popolo.
In realtà sinti e rom si sentono pienamente cittadini dei propri Stati d’origine o di più recente permanenza (in Italia sono stati anche partigiani), ma la diffusione del termine “nomade” ha fatto il suo ingresso nelle politiche pubbliche volte all’inclusione e ha prodotto effetti perversi.
L’invenzione dei campi nomadi attraverso il termine “nomade”
In Italia, i campi nomadi sono nati come politica pubblica d’inclusione a partire dagli anni Sessanta, non sono stati rom e sinti a volerli, secondo il concetto che, se essi erano nomadi, allora avrebbero abitato volentieri in dei campi. L’immagine di primitività che spesso richiama la parola “nomade” ha indirizzato la progettazione pubblica a costruire siti alle estreme periferie delle metropoli, privi di servizi, diventati presto dei ghetti permanenti. Vi entrarono per primi i sinti italianai che si dedicavano allo spettacolo viaggiante nell’Italia settentrionale e che quindi si muovevano, ma che non avevano nessun istinto nomade (i rom italiani del sud Italia invece permanevano da tempo nelle case). Negli anni Novanta i rom della Jugoslavia che fuggivano dalle guerre dei Balcani erano persone che da secoli vivevano all’interno di abitazioni in muratura nelle loro città di origine. Quando raggiunsero l’Italia come profughi, l’etichetta di “zingaro nomade” era talmente radicata nella cultura italiana che questi vennero sistemati in campi nomadi, spesso creando nuovi insediamenti precari, come se tale fosse la scelta di vita dei rom dell’est Europa. Stando a studi recenti i sinti e i rom che vivono in campi nomadi sono circa il 20 per cento in Italia, mentre 8 su 10 vivono già in mezzo alla popolazione maggioritaria.
I termini scorretti continuano a contribuire all’odio che tuttora è presente verso queste comunità. Nel 2019, uno studio del PEW Research Center ha segnalato che l’83 per cento degli italiani diffonde hate speech, discorsi di odio, rivolto a sinti e rom, spesso indicandoli come “zingari” o “nomadi”. Questa situazione di diffuso antiziganismo (odio rivolto alle persone rom e sinti) produce una condizione di profondo disagio identitario negli adulti, ma ha un impatto in particolare tra i giovani delle comunità che evitano accuratamente di dichiarare la propria appartenenza per evitare la stigmatizzazione che incontrano anche nelle scuole e nei luoghi di lavoro e socializzazione.
Consigli pratici – cosa puoi fare tu
- Non utilizzare la parola “zingari” o “nomadi” per riferirti a sinti e rom, o in generale a persone appartenenti al popolo rom nel suo insieme,
- Se ti relazioni con persone di una comunità, chiediti o chiedi loro se sono sinti o rom (o jenish in Svizzera ndr) e utilizza il termine corretto per tale comunità,
- Le persone rom e sinti hanno una cittadinanza e spesso, in Italia, hanno cittadinanza italiana. In alcuni casi provengono dall’ex Jugoslavia e hanno cittadinanza dei Paesi che sono nati dopo le guerre dei Balcani, ma vivono stabilmente in Italia da più di trent’anni.
- Rom e sinti sono una comunità transnazionale, non sono un problema sociale e sono parte della storia e dell’intreccio delle culture e dei popoli europei,
- Non dare per scontato che una persona sinta o rom viva in un campo nomadi e neppure che abbia problemi abitativi o d’inclusione sociale,
- Non esiste il furto come componente culturale sinta e rom, come non esiste per nessun popolo,
- Non esiste nessuna asocialità culturale di rom e sinti, è un gruppo costantemente odiato ed emarginato che ha sempre continuato a vivere in mezzo agli altri, ma spesso costretto a nascondersi,
- Impara la parola antiziganismo e il suo significato, così come hai imparato il termine antisemitismo,
- Se senti pronunciare una frase che contiene i termini “zingari” o “nomadi” prova a sostituirli con la parola “ebrei”, potrai renderti conto immediatamente del grado di odio che è espresso con tali termini.